p 309 .

     
Paragrafo 6 . L'economia.

     
Introduzione.

L'analisi  razionale della realt non poteva fermarsi  ai  fenomeni
naturali e a quelli sociali: le leggi che regolano la realt devono
in  qualche modo operare anche nelle relazioni economiche  tra  gli
individui  e gli stati, relazioni che hanno una indubbia  rilevanza
nella definizione della societ nel suo complesso.
     Il  secolo diciottesimo vede l'affermazione dell'economia come
scienza  autonoma e la cultura illuminista non poteva non prenderla
in considerazione.

La fisiocrazia.
     
D'Alembert e Diderot affidano la redazione della voce Grani  (e  di
altre  voci  di argomento economico) dell'Enciclopedia  a  Franois
Quesnay, maggiore esponente della scuola economica fisiocratica. La
fisiocrazia (letteralmente "dominio della natura") sostiene che  la
base  dell'economia, cio della ricchezza di un individuo o di  una
nazione,    costituita  dai beni e dai prodotti  della  natura  e,
pertanto, dall'agricoltura.
     Nella  sua opera principale(132), e nella ricordata voce Grani
dell'Enciclopedia,    Quesnay   insiste   sul    ruolo    esclusivo
dell'agricoltura nella formazione della ricchezza  e  dimostra  una
netta avversione alle attivit industriali: "Per guadagnare qualche
milione  a fabbricare e vendere belle stoffe abbiamo perso miliardi
sui  prodotti delle nostre terre; e la nazione, vestita di  tessuti
d'oro   e   d'argento,  ha  creduto  di  godere  di  un   commercio
fiorente"(133).   E   poco  pi  avanti  aggiunge:   "Le   attivit
dell'industria che occupano uomini a pregiudizio della coltivazione
della   terra   nuocciono  all'incremento   della   popolazione   e
all'aumento della ricchezza"(134).
     La  posizione di Quesnay - e della fisiocrazia in  generale  -
sembrerebbe  quindi  andare  nella  direzione  opposta  a   quella,
condivisa  e  stimolata dall'illuminismo, verso cui si  muoveva  la
societ dei paesi pi avanzati d'Europa (Inghilterra e Francia): di
fronte   alla   nascente  Rivoluzione  industriale   si   ripropone
l'agricoltura come unica fonte di ricchezza.
     In realt nel pensiero di Quesnay ci sono interessanti aspetti
di  novit.  In  primo  luogo  l'agricoltura,  liberata  dalla  sua
struttura  feudale, fornisce non solo ai proprietari  terrieri,  ma
all'intera nazione, "ricchezze sempre rinnovabili"(135).  Questo  
un concetto economico decisamente moderno,
     
     p 310 .
     
       ignorato  dall'economia mercantilista e dalla  politica  "di
rapina"  che  i  paesi europei avevano attuato nei confronti  delle
colonie  americane:  una nazione - sostiene Quesnay  -  deve  poter
contare  sulla  continuit e rinnovabilit delle proprie  fonti  di
ricchezza.
     In   secondo  luogo,  ma  come  conseguenza  di  questa  prima
considerazione,  Quesnay  sottolinea la distinzione  tra  ricchezza
creata   dal  processo  di  produzione  e  ricchezza  intesa   come
circolazione  di  denaro:  considerare la produzione  come  momento
autonomo,  e  non come un aspetto della circolazione  delle  merci,
consente   di  garantire  la  riproducibilit  della  ricchezza   a
prescindere   dalle  vicende  esterne  che  possono  influire   sui
commerci.  Il  declino economico di Venezia e dell'Olanda  sono  in
gran  parte  imputabili  alla mancanza, in  quegli  stati,  di  una
propria autonoma struttura produttiva e, quindi, all'aver costruito
la loro enorme ricchezza esclusivamente sul commercio.
     
Adam Smith.
     
Il valore-lavoro.

Partendo  dalle riflessioni di Quesnay, l'economista scozzese  Adam
Smith  reca  un  ulteriore  contributo alla  nascita  dell'economia
moderna,  insistendo  sulla necessit  di  studiare  le  leggi  che
regolano i fatti economici.
     L'interesse  di  Smith  si rivolge - contrariamente  a  quanto
avveniva   per   i  fisiocratici  -  al  nuovo  mondo  industriale,
all'ascesa  della classe borghese e ai nuovi processi di formazione
della ricchezza delle nazioni.
     Nella  societ moderna l'incremento della ricchezza -  osserva
Smith  -  dovuto esclusivamente al lavoro dei poveri: "In un paese
civile i poveri provvedono a se stessi e all'enorme lusso dei  loro
signori.  La  rendita  che va a sostenere lo sfarzo  dell'indolente
padrone    stata tutta guadagnata dalla laboriosit del contadino.
Chi  possiede denaro, indulge ad ogni sorta di ignobile  e  sordido
libertinaggio  a  spese  del mercante e  dell'artigiano,  ai  quali
presta  ad  interesse  il  suo capitale. Tutte  quelle  frivole  ed
indolenti  persone che sono addette alla Corte, sono,  allo  stesso
modo,  nutrite, vestite ed alloggiate da coloro che pagano le tasse
per mantenerle"(136).
     Al  di  l delle valutazioni di tipo morale sulla condotta  di
vita  delle  classi  agiate, Smith, con la sua teoria  del  valore-
lavoro   individua  uno  dei  punti  che  saranno  centrali   nella
riflessione della successiva scienza economica: tutta la  ricchezza
 prodotta dal lavoro; il nucleo dell'economia sta nella produzione
delle  merci  e non nella circolazione del denaro. La critica  alla
societ feudale  sostenuta con argomentazioni "scientifiche" prima
che morali.
     
     p 311 .
     
La divisione del lavoro.

Un'altra    considerazione    importante    di    Smith    riguarda
l'organizzazione del lavoro. E' vero che nei paesi civili esiste un
enorme divario tra le condizioni di vita di un principe e quelle di
un  contadino o di un salariato; ma  anche vero che questo divario
  inferiore  a  quello che separa questi ultimi dal  capo  di  una
popolazione  selvaggia del Nord America o da un  re  africano(137).
Nei  paesi  civili  - cio industriali - la quantit  di  ricchezza
prodotta  tale che "nonostante l'ineguaglianza nella propriet  si
estende ai pi umili componenti della comunit"(138).
     Questo    possibile perch esiste una organizzazione  sociale
del  lavoro.  "Apparentemente il lavoro di  cento  o  di  centomila
uomini  dovrebbe contribuire al mantenimento di cento  o  centomila
persone,  nella  stessa  misura in cui  il  lavoro  di  un  singolo
contribuisce  al mantenimento di un uomo solo"(139).  In  realt  -
osserva Smith - nella societ europea, con un'economia avanzata, il
lavoro  produce una quantit di ricchezza molto superiore a  quella
necessaria  al  mantenimento dei lavoratori.  Il  quadro  che  egli
traccia  mette  a  nudo,  con freddezza scientifica,  la  struttura
sociale  dei  paesi industrializzati. In una comunit di  centomila
famiglie ve ne sono forse cento che non lavorano affatto e che,  "o
con  la  violenza  o  con  la  regolare  oppressione  della  legge,
assorbono  una  quantit di lavoro sociale superiore  a  quello  di
diecimila  famiglie". Ci che rimane non viene  diviso  in  maniera
proporzionale  al lavoro di ciascun individuo: il  ricco  mercante,
"che  passa gran parte del suo tempo nel lusso e nei divertimenti",
gode di una parte di profitti maggiore di quella dei suoi impiegati
e dei suoi contabili; questi ultimi, a loro volta, percepiscono una
parte  della ricchezza prodotta tre volte superiore a quella  degli
artigiani, che godono comunque di un reddito superiore a quello del
salariato  e  del  contadino.  I  lavoratori  pi  umili   sembrano
"sostenere   sulle   proprie   spalle   l'intero   edificio   della
societ"(140).
     Questo  divario  fra produttori e fruitori della  ricchezza  
possibile perch i produttori - grazie alla divisione del lavoro  -
creano  una quantit di ricchezza di gran lunga superiore  al  loro
fabbisogno.
     E'  celeberrimo  l'esempio di Smith sulla fabbricazione  degli
spilli.  Se un artigiano dovesse fare da s tutte le parti  di  uno
spillo,   cominciando  ad  estrarre  il  minerale  dalla   miniera,
raffinarlo  e forgiarlo, ridurlo in verghe e quindi in fili  e  poi
trasformare questo filo in spilli, impiegherebbe con tutta  la  sua
laboriosit  un anno per fabbricare uno spillo, che a questo  punto
dovrebbe  costare almeno quanto il mantenimento di un uomo  per  un
anno.Se  al nostro artigiano viene fornito il metallo gi in  forma
di  filo  egli potrebbe realizzare una ventina di spilli al giorno;
in realt il lavoro per fare questo piccolo oggetto di poco conto 
diviso  tra  un  gran  numero di persone:  "Uno  addrizza  il  filo
metallico, un altro lo taglia, un terzo lo appuntisce, un quarto lo
schiaccia in cima per infilarci le capocchie, tre o quattro
     
     p 312 .
     
     persone  sono  occupate  a fare le capocchie,  uno  si  occupa
specificamente  di  innestarle, un altro  riunisce  gli  spilli,  e
persino  quello di metterli in carta  un mestiere  a  s  stante".
Tutte  le  operazioni,  divise tra diciotto persone,  portano  alla
produzione di oltre trentaseimila spilli al giorno, pari a  duemila
spilli   per   addetto.  Calcolando  trecento  giornate  lavorative
all'anno, un operaio produce quindi in un anno seicentomila spilli,
cio  una  quantit  seicentomila  volte  superiore  a  quella  che
potrebbe produrre se dovesse provvedere a tutto da solo(141).
     In  questa  situazione il padrone  in grado  di  vendere  gli
spilli  a  un  basso prezzo e tuttavia ricavare grandi  profitti  e
anche  aumentare i salari degli operai. "La divisione  del  lavoro"
conclude  Smith "determina in tutte le altre attivit  il  medesimo
effetto  che  in questa manifattura di poco conto, e,  allo  stesso
modo,  d luogo ad una immensa moltiplicazione della produzione  di
ciascun  uomo"(142). Questo aumento della capacit produttiva  sar
ulteriormente incrementato dalla costruzione e dall'uso di macchine
adatte e sempre pi perfezionate(143).
     Partendo  da  questa analisi risulta evidente come  la  teoria
fisiocratica  sia infondata; infatti, sebbene anche in  agricoltura
sia   possibile  organizzare  una  certa  divisione   del   lavoro,
"l'aratore, l'erpicatore, il seminatore e il mietitore sono  sempre
la  stessa  persona"; le diverse attivit agricole sono  di  solito
stagionali  e  ci  rende  impossibile al  lavoratore  agricolo  di
dedicarsi completamente e per tutto l'anno ad una sola di esse.  E'
impossibile  che  il progresso dell'agricoltura,  anche  di  quella
organizzata  nel  modo pi razionale, "tenga il  passo  con  quello
delle manifatture"(144).
     
Il libero scambio.
     
La  produzione delle merci - fonte di ricchezza delle nazioni  -  
stimolata  dal mercato, che  un'"inclinazione comune a  tutti  gli
uomini"(145).  Tutte le limitazioni alla libera circolazione  delle
merci  rappresentano agli occhi di Smith un ostacolo all'incremento
della produzione e quindi al progresso delle nazioni.
     "Qualunque  cosa tenda a limitare la libert di scambio"  egli
scrive "tende a deprimere le attivit produttive e ad ostacolare la
divisione  del  lavoro, che  il fondamento della  ricchezza  della
societ.   Si   ammette  generalmente  che  tutti  i   divieti   di
esportazione  deprimano  la produzione, ma  una  limitazione  delle
importazioni ha lo stesso effetto, dal momento che  la stessa cosa
se  mi   consentito di scambiare le mie merci in un luogo  in  cui
posso scambiarle con il massimo vantaggio, oppure se mi si permette
di  cambiarle  con  merci,  con le quali posso  scambiarle  con  il
massimo vantaggio. Se mi si
     
     p 313 .
     
     proibisce  l'importazione di Chiaretto francese, per  esempio,
si  scoraggiano  tutte  quelle attivit, i cui  prodotti  sarebbero
stati scambiati con Chiaretto francese"(146).

L'"economia classica".
     
Il  lavoro  di  Smith  fu  ripreso e  sviluppato,  agli  inizi  del
diciannovesimo secolo, dall'economista inglese David  Ricardo,  che
si  occup  in  particolare dei rapporti fra  rendita,  profitti  e
salari e, quindi, delle relazioni fra le tre grandi classi sociali:
proprietari terrieri, capitalisti e lavoratori. Studi le leggi che
-  a  suo  avviso - determinano il profitto e ipotizz  uno  "stato
stazionario"  nello  sviluppo economico delle societ  industriali,
cio  una  progressiva diminuzione del profitto a disposizione  dei
capitalisti. Una via di uscita da questa situazione sarebbe  venuta
solo da un aumento delle capacit produttive grazie all'innovazione
tecnologica.
     Le teorie economiche di Smith e Ricardo stanno alla base della
moderna  scienza economica e costituiscono la cosiddetta  "economia
classica", alla cui critica - ma subendone fortemente l'influenza -
si sarebbe dedicato Marx nel diciannovesimo secolo.

Liberalismo e liberismo.
     
Se  Montesquieu    stato considerato l'inventore  del  liberalismo
moderno,  cio di una organizzazione statale e sociale  che  -  non
negando  le  differenze tra gli individui - garantisce a  tutti  le
principali  libert,  Adam  Smith  senza  dubbio  l'inventore  del
liberismo,  cio  la teoria secondo cui la libert di  circolazione
delle  merci  e  la  libera concorrenza tra i  produttori  sono  il
fondamento della crescita industriale di una nazione.
     Smith - come abbiamo visto - dipinge un quadro tutt'altro  che
roseo   della  societ  industriale,  con  le  "ingiustizie"  nella
distribuzione   della   ricchezza,  con   la   denuncia   dell'ozio
improduttivo dei proprietari terrieri, della vita da parassiti  dei
ricchi mercanti e della fatica dei lavoratori che - nascosti  nelle
fondamenta  - portano sulle loro spalle il peso di tutto l'edificio
economico  di  una  nazione.  Eppure  Smith  -  e  con  lui   tutta
l'"economia  classica"  -    convinto  del  carattere   fortemente
progressivo  dell'industrializzazione:  la  fine  delle   strutture
economiche  feudali  porta  enormi vantaggi  a  tutta  la  societ,
compresi  i lavoratori pi miseri che, comunque, vedranno aumentare
il loro reddito e migliorare le loro condizioni di vita.
     L'industrializzazione, basata su un'organizzazione sociale del
lavoro,  ha  -  secondo  i primi esponenti  della  moderna  scienza
economica  - una grande rilevanza sociale e quindi potr costituire
un  modello anche per quelle regioni e quei popoli dove il re  pi
povero di un povero operaio britannico.
